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Marco Azzi, giornalista di Repubblica
Marco Azzi, giornalista di Repubblica

Qualche giorno fa, scorrendo la timeline di X, ho scoperto che esistono appena “Due modelli di calcio”. Quello dei top club che, pur di primeggiare, arrivano a indebitarsi e quello dei club emergenti che progettano la propria crescita puntando su strutture e golden boy. Nella via di mezzo si vivacchia alla giornata. 

Possibile mai? Migliaia di club professionistici, ognuno con la propria storia, la propria identità, per poi ridurre tutto a questo?

Inutile girarci intorno, quello di Marco Azzi, colonna del quotidiano La Repubblica, è un attacco neanche troppo velato al Napoli e alla gestione del suo presidente, Aurelio De Laurentiis.

Un agguato dialettico in piena regola, a poche ore dalla sconfitta di Como, quella che ha tolto agli azzurri il primato in classifica e ridato ulteriore linfa al malumore montato via social durante il mercato di riparazione invernale.

Post di Marco Azzi su X sui modelli di calcio
Post di Marco Azzi su X

Potremmo dire che c'è più di un errore in questa affermazione, ma sarebbe più corretto definirla forse provocazione. Il primo errore è considerare il principio dell'indebitamento non sostenibile come un modello: nessun modello aziendale vincente prevede che i costi siano di gran lunga superiori ai ricavi. Tra l'altro, questo principio stride con quello di equa competizione, al quale dovrebbe tendere lo sport.

Il secondo errore, che chiama in causa il Napoli, è quello di stabilire a priori quali siano gli investimenti per non essere considerati uno dei club del limbo. Quelli che vivacchiano per intenderci.

Oggi indebitarsi è visto come un merito: il Napoli fallì per pochi milioni

Conti in regola=società virtuosa è una equazione falsa. Un club è virtuoso se investe gli utili che produce, non se li accantona con il solo scopo di usarli come salvagente, per rimettersi in sesto dopo un'annata balorda. È un circolo vizioso che pregiudica ogni tipo di crescita.

Ma il danno più grave di una gestione di questo tipo - con i proventi da Champions e da plusvalenze come forme quasi uniche di entrate - è lasciare per il futuro un'eredità di macerie. Un club del genere non vale molto di più di un foglio di carta comprato in Tribunale.

Qualcuno dovrebbe ricordare al Dott. Azzi che la gestione economica di De Laurentiis è la più alta forma di rispetto per un club come il Napoli. Un club, la cui storia è stata macchiata da un fallimento per "appena" 25 milioni di euro di debiti. Mentre, oggi, ci sono club che viaggiano con passività da centinaia di milioni. Il Napoli, invece, ha saputo riconquistare quella dignità perduta tra i banchi del tribunale fallimentare e oggi ha ben altro valore rispetto al pezzo di carta a cui era stato ridotto.

De Laurentiis ha stravolto le gerarchie del calcio italiano. Ed è, in parte, causa dello sfrenato indebitamento con il quale Juventus e Inter hanno mantenuto e mantengono una scricchiolante leadership, più volte messa a dura prova dai principi di sostenibilità economica con il quale il club azzurro ha costruito la propria credibilità.

La coscienza economica è stato il fattore capace di far crescere l'azienda Napoli. Un progetto che ha dovuto fare a meno dei miliardi delle lobby del petrolio e del tabacco. Senza fondi d'investimento speculativi provenienti dai paradisi fiscali. Un progetto ancora oggi in divenire e che, grazie agli “accantonamenti” generati durante gli ultimi esercizi, vedrà il club dotarsi di quelle strutture di proprietà che dovrebbero (si spera) proiettare il Napoli nell'aristocrazia calcistica. Un titolo conquistato sul campo, un passo alla volta. Con la dignità di chi lavora e non con l'arroganza del denaro.

“Chi nega la ragion delle cose, pubblica la sua ignoranza” (Leonardo da Vinci)

Negare la crescita del club durante l'attuale gestione o derubricarla a evento casuale, non rende merito a un professionista come Marco Azzi che, quando parla del club per cui professa passione, dovrebbe svestire i panni del tifoso ed evitare di rivolgersi alla pancia di una piazza quanto mai uterina. 

Perché dovrebbe essere a conoscenza, e lo è senz'altro, delle possibilità economiche di una proprietà tra le meno facoltose del panorama italiano ed europeo. Una proprietà che non ha l'appoggio politico o mediatico di altri club. Una proprietà che ha la necessità di creare un cuscinetto di liquidità al quale attingere, non avendo la forza di ricapitalizzare in caso di eventi infausti. Una proprietà che le macerie le ha raccolte, plasmando la meravigliosa realtà che è oggi il Napoli.


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