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Daniela Santanchè con la maglia dell'Inter (AI)
Daniela Santanchè con la maglia dell'Inter (AI)

Mio padre mi ha insegnato una cosa: che si ruba solo quello che si nasconde

Il padre in questione è il signor Garnero, padre di Daniela Santanchè (che credo sia l'unico ministro con il nome d'arte. Cicciolina nel lontano 1987 arrivò solo ad essere deputata in Parlamento).

Una massima un po' fumosa - diciamocelo - perché inverte ciò che il senso comune suggerisce: perché io dovrei aver rubato una cosa che ho nascosto? Anzi, al limite vale l'opposto: nascondo una cosa mia per non farla rubare da altri. 

Dunque, appurato che il padre della Santanchè avesse una logica particolare oppure, più probabile, che i ricordi del ministro siano stati offuscati dalla nebbia dei ricordi lontani, non possiamo fare a meno di notare che abbiamo una Daniela Santanchè anche in Serie A e si chiama Inter. Già, perché così come il ministro in Parlamento incentra un intervento in cui deve difendersi da una mozione di sfiducia parlando di borsette griffate o contraffatte anziché giustificarsi da accuse ben più rilevanti, allo stesso modo, in casa nerazzurra, soprattutto all'interno dei soliti media ossequiosi, avvengono salti logici azzardati, voli pindarici, punti di vista vagamente strabici su certe questioni, mettiamola così. 

Già, perché non conta se un loro giocatore viola un regolamento e spergiura poi di non averlo fatto, conta che sia stato ingiustamente beccato, a differenza di altri. Come a dire che nessun ladro debba essere incarcerato finché tutti i ladri di questo paese non siano in carcere. 

Borsa griffata Inter (non tarocca)

Così come non contava il fatto che il loro mercato fosse azzoppato da una caterva di debiti, ma che loro non potessero fare mercato, poverini.

Non conta Simone Inzaghi che si lamenta per un mese per un episodio in Supercoppa, ma conta l'episodio di cui si lamenta Conte in autunno.

Così come non contano i rapporti oscuri con ultras e ndrangheta, non contano consiglieri di amministrazione che hanno a che fare con centri scommesse, non conta nulla. 

Tutto è passivo, superfluo, ridondante, come il fuorigioco di De Vrij nei quarti di finale contro la Lazio. Ma, poi, vogliamo rovinare quel bel gol di Arnautovic? Suvvia.

I MARCHESI DEL GRILLO

Che diavolo importa che alcuni loro atti siano viziati da irregolarità, violazioni, che siano un po' tarocchi, come certe borse. La parte divertente è che, come la Santanchè, anche gli interisti, offuscati dalla memoria del tempo, non si accorgono di aver assunto la linea difensiva dei loro rivali storici bianconeri: non conta mai il fatto che violino le regole, conta che siano stati beccati a differenza di altri.

In sostanza è come se l'Inter, come la Santanchè, e come la Juve, giustificasse i propri atti affermando, in soldoni, di essere l'emblema di ciò che i poveri detestano: la ricchezza. L'essere una big, in termini calcistici. Che poi è un modo meno diretto per esprimere lo stesso pensiero del Marchese del Grillo: io so' io e voi non siete un ca**o.

Del resto, volendo seguire la stessa logica, e restando solo all'ultimo anello di una catena di episodi curiosi, potremmo dire che Lautaro Martinez abbia letto nella sua adolescenza diversi scritti del famoso giallista Edgar Allan Poe, che affermava che per nascondere perfettamente qualcosa bastasse esporla in piena vista, oppure, se proprio vogliamo attenerci ad una piccola parafrasi di proverbi più recenti, oseremmo dire che si bestemmia solo quello che si nasconde. Cioè nel senso che siccome Dio non si vede, quindi è nascosto, allora potremmo… cioè non è che ora noi possiamo nascondere una persona, vabbè quella sì, e infatti non bestemmiamo mai una persona, perché poi…

Vabbè, l'avete capito: non significa niente. Appunto.

 Amala.


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