Risultatismo: esiste vittoria ottenibile senza "spettacolo"?
La parola della settimana è “risultatismo”. Un termine che fluttua tra gli ambiti e che, sostanzialmente, esalta l’importanza del risultato ottenuto a discapito della strada percorsa per raggiungerlo

La parola della settimana è “risultatismo”. Un termine che fluttua tra gli ambiti e che, sostanzialmente, esalta l’importanza del risultato ottenuto a discapito della strada percorsa per raggiungerlo. Oltre che della presunta estetica e della complessità collegate a quella strada.
Risultatismo: tra arte e sport
Sono stati probabilmente risultatisti tanti pittori (Jack Vettriano e la shop art, gli iperrealisti), musicisti (tutti coloro che producono e hanno prodotto cose “semplici” finalizzate alle classifiche), registi, il giudice Di Pietro e sicuramente un bel nugolo di sportivi intesi come singoli e come team. Guardiamo ad Alain Prost, a Rafa Nadal, all’Inter di Trapattoni, alla Juventus di Allegri. E forse è proprio nello sport che il “risultatismo” ha trovato il suo habitat naturale, determinando fiumi di discussioni, talvolta litigi televisivi grotteschi.
Diciamolo, la questione è di lana caprina. Il fine ultimo di un percorso è senza dubbio il risultato, che di per sé emana i crismi della bellezza. Produrre estetica e non ottenere il risultato è una cosa talmente creep, da sconfinare nella tristezza. E’ arte fine a se stessa che, in particolare nello sport, lascia un velo di malinconico ricordo. E non c’è bufala più grande della vittoria ottenibile “solo” o “soprattutto” attraverso lo spettacolo, come fossero stretti fattori consequenziali.
Risultatismo: il Napoli di Conte
Veniamo a noi. Il Napoli di Conte c’è dentro fino al collo, perché non asseconda lo sforzo estetico, produce quanto basta e vince le partite in qualsiasi modo utile. Praticamente non subisce, se non il giusto, legge i momenti, fa le cose opportune e non si perde in chiacchiere figurate. E porta a casa la posta in palio, almeno per ora. Se tutto questo non è anche bello, siamo in un’allucinazione collettiva. A latere, c’è di più: il gusto della vittoria ottenuta in questo modo risveglia il mood della cazzimma e ti fa sentire invincibile. Capolista a +4 dall'Inter.
Sulla carta e nei fatti, il Napoli è stato bruttissimo, nella forma, in tanti primi tempi in particolare. Napoli-Parma, Cagliari-Napoli, Napoli-Como, Empoli-Napoli, Napoli-Lecce sono partite vinte alla lunga, con l’avversario sfiancato dal proprio inizio arrembante e da una ripresa vissuta all’insegna della vittima sacrificale. Partite vinte, quelle che rimpinguano la classifica, rendono felici i tifosi, accrescono le motivazioni e in qualche modo attutiscono le polemiche. Partite vinte, non 4-4 da metà classifica e difese colabrodo.
Va aggiunto che, per paradosso, l’assenza di vere polemiche genera comunque polemiche, che nascono sterili per definizione. Oggi è tutto un attrito generato dagli esteti sui pratici, dai giochisti sui risultatisti, dai romantici sugli illuministi. Confronto proiettato nel futuro, con alla base la paura di non farcela (“Cosa accadrà se giochiamo così contro il Milan o l’Inter?”) e l’assolutismo di pensiero, quello che ti ottenebra le mille vie che portano alla meta.